A Single Man di Tom Ford

Marzo 6th, 2010

Della serie, chiodo pianta chiodo. Pure se sei gay.

[Lo so che è un’interpretazione restrittiva, ma la trama dal canto suo è piuttosto blanda]

Il nastro bianco di Michael Haneke

Febbraio 19th, 2010

1913. In un villaggio tedesco cominciano ad accadere dei fatti violenti, inspiegabili e apparentemente immotivati, che non lasciano indizi sulla natura dei colpevoli. Sin dall’inizio però si insinua uno sospetto nella mente del protagonista che narra la storia: i responsabili potrebbero essere… i bambini.

Haneke ama farci soffrire nei suoi film, ma almeno questa volta a buon fine. Il nastro bianco è uno di quei film che spingono il cinema un po’ più in là. Lo fa attraverso un’applicazione minuziosa, ma anche innovativa, delle regole dell’orrore, che garantisce che il film non abbia in serbo sorprese scioccanti, o scene truculente, solo suspence. Lo fa attraverso il doppio gioco del protagonsta narrante, il maestro di scuola che narra la storia nel presente e che la vive nel passato in cui è accaduta. Ma non ci sono flashback, solo una memoria labile e forse ingannevole. Lo fa attraverso le ellissi e i quesiti inquietanti che lo spettatore si porta a casa a rimuginare. Il regista ribadisce così i suoi temi forti: che la realtà è piena di ambiguità irrisolvibili, che la violenza umana può colpire a caso, in qualunque momento e senza una ragione, perchè l’uomo è inerentemente cattivo. Ma qui queste idee sono incastonate dentro un preciso contesto storico visto che protagonsta è la generazione che appoggerà l’ascesa del nazismo. L’ipotesi storiografica che Haneke sembra suggerire – il nazismo come aberrazione di un sistema patriarcale, “le colpe dei padri che ricadono sui figli” – non è dimostrabile con le carte d’archivio, ma è da brivido e lascia il segno, come se avesse toccato la corda giusta.

Tags: Michael Haneke; Il nastro bianco; nazismo.

Vita, sorprendimi.

Febbraio 19th, 2010

Vita, soprendimi
svegliami la mattina con un sussurro
portami il caffè a letto
mostrami una vecchia foto
in cui sono sorridente
dammi un bacio mozzafiato
corrompimi con un tesoro
scala con me una montagna
fammi toccare le nuvole, poi il cielo
insegnami, di nuovo, a fare il nodo alla cravatta
apri il sipario e festeggiami con un applauso

aspetta ancora un poco, ma non troppo
per sorprendermi
io sono qui
sulla panchina di una stazione,
ho un carrello pieno di cose
che mi porto appresso
dormo di giorno, giro la notte
sto sempre a imprecare alla malora
ma, ecco, sono pronto
ora lo sai

Invictus di Clint Eastwood

Febbraio 12th, 2010

Domanda: Ma dov’è Clint Eastwood, intendo come regista, in Invictus? Io non ce lo vedo.

(La poesia di Hemley però è molto bella)

Tra le Nuvole di Jason Reitman

Gennaio 31st, 2010

Non male la traduzione del titolo originale “Up in the air“. Vorrei iniziare una petizione per introdurre l’obbligo per i distributori italiani di usare po’ di giudizio quando traducono i titoli, invece di lasciare il titolo inglese (o al contrario pregiudicare gli incassi dei film con innovazioni agghiaccianti, vedi “Se mi lasci, ti cancello“).

Quello che nel caso del nuovo film di Reitman (”Juno”) si è perso nella traduzione è il doppio senso: il protagonista si gode la sua vita tra aerei, aeroporti e alberghi di lusso, ma a un certo punto tutto va “per aria” (up in the air, appunto). George Clooney non mi è stato mai più antipatico come nei primi quaranta minuti del film, da piacione qual’è si cala benissimo nel personaggio di un uomo di successo, senza legami, cinico ed egoentrico. Ma poi il film cambia marcia e Clooney si adatta. Come nel caso di Juno, questo nuovo film di Reitman racconta dilemmi che tutti a un certo punto della nostra vita abbiamo dovuto affrontare: autonomia o stabilità? cosa si è disposti a fare per il partner? Si è, nella vita, fondamentalmente da soli? Il trattamento di tali quesiti nel film non è mai banale, ma ogni tanto c’è una strizzatina d’occhio al pubblico mainstream, che non diventi una pellicola esistenzialista. Alla fine dei conti però Tra le nuvole è la migliore dramedy (nuova invenzione di Hollywood, un po’ drama, un po’ comedy) da Juno a questa parte. Reitman finirà per ghettizzarsi in un genere, ma, finora, tutto bene.

il profeta di Jacques Audiard

Gennaio 28th, 2010

La prigione, con il suo microcosmo di conflitti, passioni, valori, personaggi immersi in situazioni estreme, ultra-mascolinità, è quasi un clichè cinematografico, un mini-genere. Il Profeta è un film ambientato, per la maggior parte, in una prigione francese, che gioca con, sovverte e ridefinisce i contorni di quel clichè, mischiandoli con il gangter-movie e il dramma psicologico.

Il Profeta è la storia del giovane Malik, che entra a 19 anni e deve durare per altri sei, la durata della sua condanna, e del modo in cui impara a sopravvivere e prosperare in una situazione dove il rispetto bisogna guadagnareselo con forza e astuzia. E Malik, eroe epico, le trova entrambe. Audiard (regista, tra gli altri, di Tutti i battiti del mio cuore) ha costruito un meccanismo narrativo che avvolge lo spettatore con scene dense e veloci fin dal primo istante. Uno di quei film che all’uscita del cinema ti lasciano un senso di spaesamento, ti sembra di aver viaggiato altrove. Per due ore e mezzo sei stato distaccato dalla realtà e calato per un’eternità nella pelle di un giovane arabo-francese che rischia di essere stritolato tra mondi ostili, che impara le regole del gioco, e lo deve fare in fretta. Il suo destino è il tuo destino, o almeno così sembra. In uscita in Italia alla fine di febbraio.

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The Poem that Was Really a List

Gennaio 23rd, 2010

By Francesca Beard, the poet who was really a performer…

http://specimin.co.uk/beard/site/poems/the_poem_that_was_really_a_list.mp3

Se Dio fosse un filmmaker

Gennaio 16th, 2010

Se Dio fosse un filmmaker farebbe di ognuna delle nostre vite un film. Un po’ si assomiglierebbero tutti, ma ogni trama sarebbe anche molto originale. Ci sarebbero momenti di gioia e di dolore, dialoghi assurdi, personaggi principali indimenticabili e dei caratteristi per le parti secondarie. Ogni tanto ci sarebbe una svolta nella storia: una relazione che finisce, un incidente che spezza una carriera, una vincita alla lotteria, una malattia incurabile. Il finale sarebbe sempre, inevitabilmente, la morte.

Ma non tutte le morti si assomigliano. In alcuni film il protagonista muore dilaniato da una mina in Afghanistan, in altri si spegne nel sonno, nella tarda vecchiaia, mentre piano piano si assopisce leggendo un romanzo di Dostojevski (è così che vorrei finisse il mio film). Nei divini film, le inquadrature dall’alto sarebbero d’obbligo e le carrellate andrebbero avanti per chilometri, fluide e sublimi. Immagino che Dio mantenga un grande, immenso, archivio, in qualche luogo bianco, soffice e profumato, con le bobine di tutti questi film, alcuni vecchi migliaia di anni. Immagino anche che, in quel caso, ci avrebbre creato semplicemente per essere attori che recitano delle parti, a nostra insaputa, e con un copione che improvvisiamo su un soggetto scritto da Lui. Così si risolverebbe la lunga diatriba sul significato della vita.

E se Dio fosse un filmmaker, credo, avrebbe la faccia di Stanley Kubrick.

La Vendetta di Agota Kristof

Gennaio 7th, 2010

Ho incontrato Agota Kristof con la Trilogia della città di K., un romanzo in cui la scrittura era usata come una lama affilata che tagliava dritto alle emozioni più recondite, in cui la vita si abbatteva impietosa sui protagonisti, in cui tutti — i personaggi, il lettore — erano passibili di essere ingannati. Alcuni di quegli impulsi si ritrovano in questa raccolta (uscita per Einaudi nel 2005, ora ristampata) di racconti brevissimi. I miei preferiti (”numeri sbagliati”, “l’invito”) instaurano subito un collegamento viscerale tra il protagonista e il lettore. L’orrore che assale i personaggi travalica in quei casi la pagina. In molti altri racconti però Kristof si lascia tentare dal finale paradossale che però ha talvolta un retrogusto farsesco o addirittura banale. Qui il maestro di questo tipo di racconti sospesi tra il grottesco e il paraddosale sarebbe Thomas Bernhard de L’imitatore di voci il quale a volte riecheggia, flebile, tra le pagine de La Vendetta. Ma Kristof non raggiunge lo stesso sofisticato risultato indulgendo troppo spesso nella svolta sensazionale (e quindi prevedibile) o, al contrario, in un astruso minimalismo che a volte non rende intellegibile i racconti.
La Vendetta di Agota Kristof - recensione

Money

Dicembre 18th, 2009

You need your money
and I need mine
if we both get ours
It will sure be fine
but if you get yours
and hold mine too
what in the world
am I going to do?

Rev. Jesse Howard, 1885-1983

From Museum of Everything — best new museum in London