Sì, viaggiare

Questo sì che è viaggiare. Ci siamo messi in macchina e abbiamo fatto un pezzo così di Anatolia. Per capire una nazione basta percorrerne le sue strade, soprattutto se non sono autostrade, che da queste parti scarseggiano. Sulle statali si può apprezzare l’intraprendenza dei turchi. Qui ogni paio di chilometri si trova qualcuno che ti vende qualcosa con una bancarella sul ciglio della strada. Di solito tè. Ci sono grandi ristoranti, ma la maggior parte sono delle famiglie con tanta buona volontà, che piazzano quattro pali, anche quattro canne, un telone, un cisternino di acqua bollente, sedie e tavolini di plastica. Il tè qui non si prende con il flemmatico rituale anglosassone, ma molto alla svelta, in bicchierini di vetro che si possono svuotare anche in due-tre scatti, come con un espresso. In posti un attimino più organizzati si possono mangiare i tremila tipi diversi di kebab e kofte (polpette) che offre il menu locale, con un bel bicchiere di Ayran (yoghurt acqua e sale). C’è il rischio di rimettersi al volante dopo una sosta con un blocco intestinale, a intuito penso che sulle strade turche fa più vittime l’indigestione che l’alcol.

Abbiamo spezzato il viaggio di circa 700 chilometri per Bodrum fermandoci una notte a Kisandasi, uno spiaggione deturpato da edilizia tipo ZEN, a Ephesus e Siringi (bellissima, in cima a una collina piena di viti e ulivi). Ephesus è un immenso sito archeologico dove, andandoci il 31 luglio, si può facilmente scegliere se perire calpestato dalle masse scatenate di turisti in crociera (letteralmente, scendono dalle nave divisi in dozzine di gruppi da 20, visitano 4km quadrati in 40 minuti e vi risalgono) o dal caldo da forno crematorio. Noi per lo più siamo stati sotto un albero, ma abbiamo visto pochissimo. Appena fuori dalle porte il senso turco degli affari prevale, ecco sorgere a pochi metre dall’antica agorà un grande bazar, dove si può comprare di tutto, anche autentici Rolex falsi. Vanno a ruba.

orologi falsi a Efes

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