Grado zero
Neve
Le giornate mi sembrano corte qui. Iniziano con un abbaglio di luce nella stanza a vetrate (e senza tende) che mi hanno offerto Ruth and Jeff. Continuano nei tavoli quadrati della biblioteca o in quelli ovali delle aule dove si tengono i seminari e le lezioni a cui abbiamo assistito. Finiscono nei silenziosi autobus e metropolitane che mi riportano a casa dodici ore dopo. E sembra passato un attimo.
L’università, le strade e i mezzi di trasporti sono popolati da una folla multietnica in cui si distinguono nella maggioranza asiatici (costituiscono il 50% degli studenti). La cucina di ristoranti e cafè sincretizza sempre ricette di tre-quattro provenienze geografiche. Il multiculturalismo qua si realizza nei fatti, e non fa paura. Tuttavia, il freddo - oggi siamo scesi a zero gradi - fa apparire tutti uguali, dentro giacconi cappotti e cappucci. Lo pensavo mentre camminavo in fretta per Spadina, mentre mi pizzicavano i primi, timidi e fragili, fiocchi di neve della stagione.
Un caffè, normale
In Canada ci provano a resistere alla penetrazione commerciale americana, ma non ci riescono. Il business statunitense del caffè è arrivato anche qui naturalmente e con esso la grande frammentazione del prodotto, che risponde a quel perverso principio di marketing che dice che bisogna differenziare l’offerta per vendere di più. Nel grande tabellone dell’offerta dello Starbucks, la catena di cafè che nella logica, se non nell’apparenza, assomiglia molto a McDonalds, ci sono trenta-quaranta varianti di caffè, tè e cioccolata. Caldo o freddo per la temperatura. Medio, grande, grandissimo, di misura. Mild o bold, per il gusto. Intero o scremato il latte, oppure di soia. Tre miscele diverse di chicchi. Poi mille correzioni possibili, dal “canadian maple” alla “french vanilla”. E così via. Tutto questo già lo sapevo, ma ieri, di fretta e assonnato dalle ore di lettura, mi sono presentato alla cassa e ho chiesto un caffè; pressato dalla richiesta della cassiera di essere più specifico ho detto: “un caffè normale”. “Mi dispiace – mi ha risposto lei con un sorriso – il caffè normale non ce l’abbiamo”.
In onore di…
Mi è sembrata peculiarmente anglosassone la serata a casa di Ken in onore di Terence Ranger. Ken ha invitato una quarantina di persone nel suo salone, affittando sedie e facendo venire il catering di cibo indiano, accompagnato da vini e birre. C’era grande varietà anagrafica ed etnica, anche se eravamo tutti storici. La conversazione era fitta e briosa. L’assetto mi faceva venire in mente le riunioni politiche dell’Ottocento vittoriano, in cui attivisti borghesi convenivano nelle case private per ascoltare un oratore che parlasse dell’abolizione della schiavitù o del suffraggio alle donne, mentre sorseggiavano una tazza di tè. Invitato d’onore era Terence Ranger, che ha parlato per due ore della sua vita: studente a Oxford negli anni cinquanta, è capitato in Zimbawe quando diventava una nazione indipendente, ha insegnato in Tanzania, Stati Uniti e Oxford e ha praticamente inventato la storia africana contrastando i suoi supervisori che, da studente, gli dicevano che l’Africa una storia non ce l’aveva. È stata una serata informale che coniugava socialità e riflessione. Un mix difficile.
In una società avanzata come questa dove tutti sono connessi alla rete e in cui sono facilmente disponibili spazi istituzionali e organizzati, la gente preferisce socializzare così. Un altro esempio, al quale non ho partecipato, sono i cosidetti bookclubs, che impazzano anche in Inghilterra e negli Stati Uniti. Ogni mese un gruppo di persone, davanti a un drink, si riunisce per parlare di un libro che hanno stabilito di leggere. Forse è un revival di vecchi modi per scambiarsi idee e trasmettere memoria che ritornano dopo il fallimento della televisione come mezzo pedagogico.
Ottobre 13th, 2006 at 11:05 pm
Che nostalgia che mi fai provare!!! Sono passati tantissimi anni dalla mia vacanza studio a Toronto e leggere i tuoi post mi riporta in mente sensazioni sopite da troppo tempo…
Chissà se nei pressi del museo di storia c’è ancora una favolosa gelateria italiana???
Buona permanenza
Clo
Ottobre 18th, 2006 at 7:04 am
Non so lì, ma ho visto gelaterie fantastiche su Queens st. West. Certo che il gelato, con questo freddo…
Ottobre 22nd, 2006 at 11:06 pm
Beh io sono stata capace di mangiare un gelato a Vienna a novembre….Però sono un caso disperato in quanto a gola.
Buon proseguimento nel vostro giro, io continuo a leggerti con molto piacere