Felice è colui che si chiama turco

È con il cuore in gola che ieri mi sono collegato su internet per leggere di “quello scrittore turco che hanno ammazzato, quello che gli hanno dato il Nobel”, come mi dicevano erroneamente al telefono. Naturalmente ho pensato subito a Orhan Pamuk, che riempe quasi uno scaffale della nostra libreria e che, anche se non ho letto tutto quello che ha scritto, si è guadagnato il mio affetto. Sempre di più, di recente, Pamuk è stato oggetto degli attacchi, verbali, dei nazionalisti turchi e le polemiche si sono inasprite dopo il Nobel, a seguito del quale, durante le molte interviste che ha rilasciato, ha dovuto rispondere alla domanda di rito sul cosiddetto genocidio armeno.

A essere ammazzato però non è stato Pamuk, ma Hrant Dink uno scrittore armeno, piuttosto noto in Turchia, soprattutto da quando era stato condannato per il solito reato di insulto alla “turcaggine” o “turchità”, insomma all’identità turca. All’epoca di quel processo Dink aveva addirittura criticato il precetto della superiorità dell’identità (o pertiene piuttosto alla razza?) turca che viene impartito agli studenti sin dalla più tenera età facendo loro ripetere un piccolo poema che finisce con le parole “felice è colui che si chiama turco”. Naturalmente questo lo devi ripetere anche se sei armeno o azerbajano o chenneso io.

Ma ora che hanno ucciso Dink, forse anche il nostro amato Pamuk non dorme sonni così tranquilli. La democrazia turca, mai veramente compiuta, è sotto il doppio attacco dei fondamentalisti islamici che voglio acquisire più influenza e dei nazionalisti, loro antagonisti, che praticano le maniere forti contro chi critica i canoni fondanti della repubblica (laica). Ogni tanto, come nel caso di Dink (armeno, quindi non turco, e cattolico, quindi non musulmano) i due fronti coincidono. Insomma un omicidio che accontenta i fanatici di entrame le sponde. Ma al di là dei fanatici la stessa società è divisa in questi due campi equivalenti alla forbice sociale che divide la Turchia. I poveracci, la maggior parte, non hanno mai guadagnato nulla dalla democrazia oligarchica e si riconoscono invece nel linguaggio e nel richiamo dell’Islam. Le classi medie e alte si professano democratiche, in quanto “moderne” e sensibili ai valori occidentali, ma aborrono le conseguenze del sistema democratico: il governo della maggioranza.

Quanto al genocidio armeno, una delle questioni più suscettibili di recare offesa all’identità turca, la cosa è più complicata. Molti amici turchi sposano la tesi che non fu vero genocidio, semmai guerra spietata tra due parti. Ma cos’è un genocidio? É un termine ideologicamente controverso, anche per il suo forte richiamo a eventi come l’Olocausto che connotano di tratti mostruosi i loro perpetratori. La battaglia è sul termine piuttosto che su quello che successe. Non basta dire che molti civili armeni morirono senza ragione? E quale tra i paesi europei con un passato coloniale (Italia compresa) ha ammesso di aver compiuto un “genocidio”, cioè quello che si chiede alla Turchia di ammettere per entrare nella UE? Si potrebbe fare un passo avanti attraverso la ricerca storica, ma, al di là di memorie politicamente di parte, mancano (fatte sparire?) le fonti. Per il momento la riflessione sul genocidio e l’identità turca rimane nelle mani di demagoghi e ideologhi.

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