Second Life [pt.1 – at home]
Che brividi a pensarci, sono passati quasi vent’anni dalla prima volta che un aereo “charter”, come si diceva al tempo, mi ha portato a Londra. Mi ricordo perfettamente la notte dell’arrivo: metrò chiusa, un cab condiviso con due sconosciute incontrate nell’aereo e l’inglese imparato a scuola improvvisamente scomparso di fronte a persone in carne e ossa che l’inglese lo parlavano per davvero.
Da allora la mia vita è intrecciata con questa città. A volte mi ci ritrovavo inseguendo un progetto, a volte un po’ per caso. Palermo era il luogo della prevedibilità, dove di chi sei figlio, dove abiti, che scuola hai fatto, quanti soldi hai, determinavano la tua vita quotidiana, i tuoi svaghi, i tuoi interessi, i tuoi amici e, in prospettiva, il tuo futuro; Londra era il luogo della libertà: sbarcavi a Gatwick, posavi la valigia in una stanza squallida e potevi essere chi volevi, nessuno ti chiedeva quello che eri stato, tutti invece ti giudicavano per quello che eri e se volevi qualcosa, stava a te prendertela. Era come avere una seconda vita, a Londra.
Reminiscenze di quello stupore adolescenziale, in parte anche da provinciale che sbarca nella metropoli, mi assalgono improvvisamente ancora adesso, mentre salgo in una carrozza del tube affollata dal caos multietnico o passo dai negozi di chitarre di Denmark Street, davanti ai quali sbavavo e sognavo per delle ore. Negli anni ho conosciuto anche i difetti di questa città e ho vissuto momenti di stanchezza, uno dei quali mi ha spinto a fare la scommessa di tornare a Palermo. Ma ora che mi ritrovo di nuovo qui non posso fare altro che accettare il mio legame con Londra come un dato di fatto.
At Home
Con Leyla e the Girl abitiamo in quel di Stratford. Terza zona ad est, se lo devo spiegare a un londinese. Non proprio il cuore di Londra, ma in un certo senso lo è – tra un attimo dirò perchè. Ho letto descrizioni in qualche libro dell’Ottocento in cui Londra finisce a Whitechapel. Ad Aldgate (ora in “prima zona”), la casa per poveri Toynbee Hall era considerata un’azzardato esperimento di riformismo sociale nella zona più degradata della capitale. Stratford è diverse miglia più a est: quando sarà spuntata? Quando esci dalla metropolitana e ti guardi un po’ attorno ti sembra un posto uscito fuori dal nulla: una sofisticata stazione degli autobus sta di fronte a un rozzo mega shopping centre; più in là c’è una bizzarra scultura modernista che assomiglia a un pugno di spaghetti buttati nella pentola. Tutto è ingombrante e cheap. Eppure una qualche storia ce la deve avere. Se ti inoltri un po’ tra i palazzi di diversa fattura appena costruiti arrivi in una zona di case a schiera dove un tempo, forse abbastanza vicino, doveva aver abitato una certa working class. Noi abitiamo in una di queste. Come tutte le altre la nostra è stretta e lunga, con due stanzette sopra e un terrazzino dietro provvisto di un rettangolo di terra lungo un metro e mezzo e largo ottanta centimetri: è il “giardino”. Con la costruzione nel quartiere del villaggio olimpico del 2012 questi pochi metri quadrati valgono ogni giorno di più e forse tra qualche anno non potremo più permetterceli. Ma intanto godo del parco che si vede affacciando dalla terrazza del primo piano. Ogni tanto nel “giardino” sconfina uno scoiattolo; ci si ferma guardingo, sfregando le zampe. Io subito chiamo Leyla e restiamo a guardarlo in silenzio da dietro il vetro fino a quando non scompare. Poi ogni tanto durante la giornata le dico: ti ricordi lo scoiattolo? Lei sorride.
In fondo abitare a Stratford mi piace. Non dal punto di vista estetico, ma dal punto di vista della mia relazione con la città. Se vuoi conoscere Londra in un certo senso devi abitare in un posto come questo, dove ogni volta che ti guardi in giro vedi una carnagione dalla sfumatura diversa, dove i ragazzi si vestono da hip hop gangsta americani, ma parlano in strettissimo cockney; dove i parrucchieri afro sono sempre pieni e lavorano il venerdì fino a mezzanotte e dove la sera i lavoratori lituani e i polacchi tornano a casa con le mani sempre più ruvide. È uno spaccato rappresentativo di quello che è questa città e quindi, in un certo senso, è il cuore di Londra. Abitare qui costituisce il mio atto di amore verso la città.
[Fine prima parte]
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