L’heure d’Eté di Olivier Assayas
La scelta, per andare al cinema, dopo varie consultazioni, si era ridotta a Summer Hours di Assayas e Batman. In realtà credo che sia io sia The Girl volevamo in fondo vedere Batman, ma per non tradire i raffinati gusti cinematografici che una volta ci contraddistinguevano abbiamo scelto Summer Hours e, in una calda, ma grigia, serata londinese ci siamo avviati verso il Renoir.
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Dunque, L’heure d’Eté (non sono riuscito a trovare il titolo italiano) è pubblicizzato come un tipico dramma francese sulla famiglia. Ci si aspetta lotte intestine tra fratelli sull’eredità e personalità contrastanti che si fronteggiano. Questo aspetto c’è, ma fortunatamente è appena accennato. Quando la vecchia mamma, che abita la grande casa in cui i bambini hanno passato l’infanzia, muore, desideri e aspettative contrapposte arrivano a un compromesso. C’è chi vince e c’è chi perde, come sempre, ma l’affetto rimane. Quello che mi è piaciuto invece è che L’heure d’Etè è un film sugli oggetti; quegli oggetti di design che il pittore-patriarca, amante incestuoso della madre, ha raccolto in una vita e che adesso dovranno trovare una loro destinazione. La dispensa modernista viennese, la scrivania di fine Ottocento, la statuetta di Degas con un braccio rotto etc. continuano a riapparire nella sceneggiatura come personaggi che reclamano un loro ruolo.
Il film elabora sull’idea, in fondo banale ma di solida verità, che gli oggetti assumono il loro vero valore nella mani e all’interno dell’esistenza di chi li usa (un ribaltamento della dicotomia valore oggettivo/valore sentimentale). Il valore attribuito dalle case d’aste e dagli esperti è solo fittizio e variabile. Il vaso che la governante sceglie di portare con sè perchè pensa che abbia solo un valore sentimentale è in realtà ben quotato dai critici. La vissuta scrivania piena di carte e libri sistemata di fronte alla finestra del giardino, riceve appena uno sguardo dal visitatore confuso del Musèe d’Orsay. Al contrario, la statuetta rotta che era relegata in un cassetto ritrova splendore nelle mani di un esperto restauratore museale. I quadri di Corot stavano in fondo meglio insieme uno di fronte all’altro in una stanzetta, gli estranei alla casa li giudicano semplicemente “astrusi”. C’è qualcosa di sentimentale in questa idea di oggetti che passano di generazione in generazione, mutando in significato e valore. Come Juliette Binoche, un giorno forse mi ritroverò un vassoio fra le mani e avrò una sensazione di nostalgia.
Forse Summer Hours poteva essere leggermente più corto, forse la storia “umana” poteva essere più ricca. Ma alla fine siamo usciti dal cinema con un triste sorriso.
Naturalmente, lunedì andiamo a vedere Batman.
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