La storia di Mario Pirovano
Della versione inglese di “Lu santo Jullare Francesco” di Dario Fo, finemente tradotta e rappresentata in inglese da Mario Pirovano, mi rimarrà un ricordo vivido. Ci vuole una bella forza a mettersi al centro di un palco spoglio e mettersi a raccontare, cantare e gridare delle storie dell’Italia medievale e mollificare i cinici londinesi. Ma l’efficacia dello storytelling - l’arte di raccontare una storia - si misura poi anche in luoghi più profani di un palco teatrale. E così chiedo a Mario Pirovano, tra un bicchiere di vino e un’orata alla griglia, ma da quando fai l’attore? Da quindici anni circa. E prima allora? Se ne hai sessanta ora, ci deve essere stata un’altra vita prima. Allora racconta, la sua storia è andata più o meno così.
Dunque, era il 1974. Londra. Che immagino dovesse essere un bel po’ diversa da ora. Lui ci viveva da nove anni e aveva lavorato, lavorato, sempre lavorato. Finalmente una casa, un buon stipendio, una vita. Un giorno al Riverside Studio arriva Dario Fo con un suo spettacolo. Mario lo aveva sentito nominare, ma di teatro non sapeva nulla. Ci va lo stesso. Un po’ prima dello spettacolo lo vede leggere il giornale nel bar. Ciao Dario, fa lui. Ciao, chi sei? Vieni un po’ a sederti con me, risponde quello. E così si mettono a parlare. Poi arriva Franca Rame e si fanno le presentazioni e la conversazione continua. Mario vede lo spettacolo ed è assolutamente strabiliato. Dario Fo riusciva a fare ridere anche gli inglesi, che lui ridere non li aveva visti mai. Recitava in italiano, ma con sotto uno schermo con la traduzione, quindi gli inglesi ridevano un po’ dopo, la battuta arrivava loro leggermente in differita. Mario rimane affascinato dalle parole, i gesti e l’affabulazione. Il giorno dopo torna a vedere lo spettacolo. E quello dopo. E ancora un altro.
Dario Fo e Franca Rame rimangono un mese. Alla fine gli chiedono, ma Mario, perchè non vieni con noi in tournèe? E lui, che faccio? Non so nulla di teatro. Ah, ma ci sono tante cose da fare, puoi guidare, vendere i libri, e poi pensare a microfoni, luci, costumi. Il teatro è un grande baraccone, una cosa da fare ce l’hai sempre. All’inizio lui, Mario, non la prende come una proposta seria. E invece lo è. Ci mette quarantotto ore a lasciare la vita di nove anni. Sbatte la porta e ne inizia una nuova. Mentre lo dice penso che doveva avere poco meno della mia età ora. Ci vuole coraggio. Ma scusa, chiede ancora Mario a Franca, ma io dove vado a dormire, non conosco nessuno a Milano. Non ti preoccupare, dice quella, un posto lo troviamo e all’inizio puoi stare da noi, finchè non trovi un posto per te.
Ci sta dieci anni Mario a casa dei Fo. Si sa che a Milano c’è la crisi degli alloggi. E intanto, mentre lavora in quel grande baraccone, guarda ogni singolo spettacolo, ogni sfumatura, ogni intonazione. E’ il periodo in cui Dario Fo scrive e interpreta i grandi capolavori che lo faranno premio Nobel. Un giorno, le circostanze non mi sono chiare, Mario si trova in una scuola, deve distrarre dei ragazzini, troppo impegnati a menarsi gli uni con gli altri. Vi racconto una storia dice lui. Alcuni se ne vanno, altri si seggono in cerchio. Una quarantina di persone. E lui si mette a raccontare una delle storie di Dario. Neanche si era accorto di avercele dentro, incastonate nel cervello, sulla punta della lingua. Tutti ridono, applaudono e ne vogliono sentire altre. E il bello è che lui le racconta a modo suo, senza copiare la mimica di Dario. Vallo a sapere che uno diventa un attore così.
E questo è l’inizio di un’altra vita. Fatta di piazze e di teatri, di lunghi viaggi e di facce sconosciute che ti guardano a bocca aperta, raccontare, gridare e cantare, su un palco spoglio. Tutto qui, ma a me sembra eccezionale e ora che l’orata è mangiata e il vino è bevuto è il momento di passare la storia di Mario Pirovano ad altri.
Tags: Mario Pirovano; Dario Fo; Holy Jester
Giugno 6th, 2009 at 9:03 pm
eccezionale. quando uno spettacolo ti cambia la vita…