Aberdeen, questa sconosciuta.

Per la mia seconda visita in Scozia punto più in alto, in latitudine. Aberdeen, questa sconosciuta. Ma cos’è, si mangia? Per anni ho associato questo nome soltanto a una nota catena di ristoranti dove servono bistecche al sangue. Invece è un luogo. Una città costruita su blocchi di granito, dove il grigio della pietra si confonde con quello, altrettanto perenne, del cielo. Ma ad Aberdeen c’è anche un’università, la più remota della Gran Bretagna. Sono qui per quello.

Arrivo per ora di cena. Il lungo viaggio in treno e il tempo inclemente in piena estate (Londra sembra i tropici in confronto) mi hanno messo in un umore cupo. Cerco l’Holiday Inn attraversando un pezzo di città semi-deserta. Ci sono facce poco raccomandabili e semafori rossi interminabili. Tutto mi infastidisce. Vorrei essere altrove. Ma la camera d’albergo è confortevole. C’è un sistema per cui le luci si accendono solo se metti la scheda magnetica nell’interruttore, così non ti dimentichi mai le luci accese. Non è per nulla che gli scozzesi hanno una certa reputazione.

Ho fame, un budget limitato e nessuna intenzione di andare in giro a cercare un ristorante. Sono quasi tentato dall’omologazione di Pizza Express dietro l’angolo, ma poi vedo un ristorante italiano, anzi siciliano. Non l’ho mai fatto di andare in un posto nuovo e cercare i sapori di casa mia. Ma questa volta ho bisogno di conforto. Sono homesick, anche se non sono sicuro di quale sia home.

Viene fuori che il propretario del Rustico è di Sferracavallo. Almeno così indicano gli “Spaghetti alla Barcarello” e le curiosi decorazioni alle pareti. Nient’altro che foto ingrandite della zone tra Tommaso Natale e Sferracavallo. Quasi mi commuovo, questa è davvero casa. Mangio delle ottime melanzane alla parmigiana e spaghetti al “pesto siciliano”, serviti da cameriera cinese. Chissà, forse anche lei si sente lontano da casa.

L’indomani il cielo si è schiarito. Un evento epocale da queste parti. Mi addormento nel parco nella pausa tra i miei impegni. Mi risveglio con un coniglio a cinque metri di distanza. Si accorge di me. Io mi metto a leggere, lui (lei?) continua a mangiare erba. È quasi una scena onirica. Forse dovrei riconsidare le mie prime impressioni sulla città, ma non ho tempo. Sono appena passate le due e salgo su un bizzarro taxi guidato da una donna con una parrucca. Nel tragitto scopro che gli abitanti di Aberdeen si chiamano Aberdonians, dopo qualche minuto su un treno in direzione Londra. Torno ai tropici.

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