La Vendetta di Agota Kristof
Ho incontrato Agota Kristof con la Trilogia della città di K., un romanzo in cui la scrittura era usata come una lama affilata che tagliava dritto alle emozioni più recondite, in cui la vita si abbatteva impietosa sui protagonisti, in cui tutti — i personaggi, il lettore — erano passibili di essere ingannati. Alcuni di quegli impulsi si ritrovano in questa raccolta (uscita per Einaudi nel 2005, ora ristampata) di racconti brevissimi. I miei preferiti (”numeri sbagliati”, “l’invito”) instaurano subito un collegamento viscerale tra il protagonista e il lettore. L’orrore che assale i personaggi travalica in quei casi la pagina. In molti altri racconti però Kristof si lascia tentare dal finale paradossale che però ha talvolta un retrogusto farsesco o addirittura banale. Qui il maestro di questo tipo di racconti sospesi tra il grottesco e il paraddosale sarebbe Thomas Bernhard de L’imitatore di voci il quale a volte riecheggia, flebile, tra le pagine de La Vendetta. Ma Kristof non raggiunge lo stesso sofisticato risultato indulgendo troppo spesso nella svolta sensazionale (e quindi prevedibile) o, al contrario, in un astruso minimalismo che a volte non rende intellegibile i racconti.
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